La Slovacchia vuole ospitare grandi data center a Bratislava e accanto a un impianto di pompaggio idroelettrico previsto a Málinec. Bruxelles sta inasprendo le regole proprio mentre il governo guidato da Robert Fico inizia a promuovere il Paese come destinazione per le infrastrutture energetiche necessarie all’intelligenza artificiale.
Il governo sostiene che l’interesse stia aumentando perché la Slovacchia dispone di una produzione elettrica relativamente stabile, di un surplus di energia nucleare e di risorse idriche che potrebbero essere utilizzate per il raffreddamento. Fico ha sostenuto che le riserve d’acqua e i piani per un nuovo reattore nucleare rendono la Slovacchia un buon sito per le “fabbriche di IA”.
Anche secondo il ministro dell’Agricoltura Richard Takáč, a partire dal prossimo anno, la Slovacchia dovrebbe diventare un esportatore netto di elettricità, disponendo il Paese di acqua sufficiente per sostenere progetti di questo tipo. Il ministro della Digitalizzazione Samuel Migaľ ha ipotizzato di affiancare un data center al progetto di pompaggio Málinec–Látky, utilizzando il bacino sia per la gestione delle risorse idriche sia per il raffreddamento.
Il progetto di Málinec è di per sé un piano idroelettrico di lungo periodo: prevede il collegamento dell’attuale bacino di Málinec con un nuovo bacino superiore nei pressi di Látky, con una capacità prevista a tappe compresa tra 600 e 2.400 MW, l’entrata in funzione prevista tra il 2030 e il 2035 e un costo stimato di circa 1,8 miliardi di euro. L’abbinamento con un data center rimane tuttavia un’ambizione politica, non un campus già finanziato e approvato.
I critici sostengono che i calcoli relativi all’energia e all’acqua non tornino. Lucia Szabová della Climate Coalition ha sottolineato il problema delle recenti siccità e ha sostenuto che la Slovacchia rischierebbe di importare una tecnologia alla quale altri Paesi stanno già iniziando a opporsi a causa del suo elevato fabbisogno energetico. L’esperto di cybersicurezza Andrej Alexiev ha avvertito che una struttura davvero grande, delle dimensioni richieste dai grandi operatori globali, potrebbe consumare una quantità di elettricità nell’ordine della metà dell’intero consumo slovacco.
Queste affermazioni sono oggetto di contestazione, ma indicano quelli che sono i vincoli reali: la capacità della rete elettrica, la disponibilità di acqua per il raffreddamento e l’accettazione da parte delle comunità locali, non gli slogan sul surplus di energia nucleare.
Un primo progetto di dimensioni più contenute è già stato annunciato. A febbraio, il presidente Peter Pellegrini ha dichiarato che Bratislava avrebbe presto avuto un moderno data center per l’intelligenza artificiale da circa 1 MW, dotato di chip mai utilizzati in precedenza in Europa. Si tratta di una scala pilota se confrontata con i campus da diverse centinaia di megawatt attualmente in costruzione in altre parti del mondo.
Bruxelles si sta muovendo nella direzione opposta rispetto a una strategia basata sul principio “costruire ovunque”. I data center dell’Unione europea hanno consumato circa 68 TWh di elettricità nel 2024. La Commissione europea afferma che questa cifra potrebbe quasi raddoppiare, arrivando a 114 TWh entro il 2030, pari a oltre il 3% della domanda di elettricità dell’Unione, soprattutto a causa dell’intelligenza artificiale.
Lunedì (21 settembre) la Commissione ha proposto un sistema comune di classificazione per i data center con una potenza superiore a 500 kW, che tenga conto del consumo energetico e idrico, del riutilizzo del calore di scarto, del contributo alle fonti di energia pulita e della flessibilità nei confronti della rete elettrica. Ha inoltre avviato una consultazione sugli standard minimi di efficienza. Le prime certificazioni di sostenibilità sono previste per il 2027.
L’Unione vuole comunque triplicare la capacità dei data center nell’arco di cinque-sette anni, ma solo se i nuovi siti dimostreranno di essere compatibili con il sistema elettrico anziché sovraccaricarlo.
Crescono le preoccupazioni in Europa
La tensione tra l’esigenza di aumentare la capacità e i costi reali di questa espansione si fa sentire anche al Parlamento europeo. L’eurodeputata finlandese Aura Salla (KOK | PPE), membro della commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia ed ex dirigente di Meta, parla del rischio di “colonialismo digitale”.
“Costruiamo energia nucleare da decenni e ora la stiamo consegnando agli hyperscaler, che stanno costruendo data center su larga scala sul territorio europeo. Non ne vedo il senso. Se si guardano le notizie provenienti dal Texas o da altri Stati americani, si vede che non vogliono questi data center nel loro territorio. Per questo stanno arrivando in Europa”, ha dichiarato a Strasburgo durante un incontro con i giornalisti il 15 settembre.
Salla ha inoltre criticato duramente le attuali norme sul libero flusso dei dati dall’Unione verso gli Stati Uniti. Secondo lei, l’Europa offre alle aziende americane come Microsoft, Google e Meta elettricità a basso costo e condizioni climatiche favorevoli. Tuttavia, queste aziende “raccolgono gratuitamente i dati europei, li trasferiscono negli Stati Uniti, sviluppano lì i propri servizi di IA e poi ce li rivendono a prezzi elevati”, ha avvertito. Per questo propone che l’UE attribuisca un valore economico ai dati e li tratti come una materia prima preziosa, più importante del litio, del cobalto o del platino.
Anche la sua collega tedesca Anna Cavazzini (Verdi | Greens), presidente della commissione per il Mercato interno, ha espresso critiche, sostenendo che l’Europa dovrebbe puntare a un modello sostenibile, diverso da quello statunitense, basato sulla costruzione di strutture sempre più grandi che consumano risorse ambientali ed energetiche.
Cavazzini propone quindi che l’Unione europea introduca norme obbligatorie per gli operatori dei data center, che dovrebbero stipulare accordi per la condivisione dei benefici con le comunità locali.
Per i piccoli centri abitati, i villaggi o le aree rurali è estremamente difficile dire “no” agli investitori quando questi arrivano promettendo investimenti e nuovi posti di lavoro. Ma questo non è sufficiente.
“Le comunità locali devono beneficiare finanziariamente della loro presenza e gli operatori devono assumersi impegni per le infrastrutture locali. E l’elettricità è estremamente importante: se utilizzano il carbone, non faremo altro che accelerare la crisi climatica”, ha avvertito.
È questo il principale ostacolo alla strategia slovacca. L’energia nucleare di base e un futuro bacino idrico possono apparire sulla carta come un vantaggio competitivo. In base alle nuove regole dell’Unione, tuttavia, gli operatori dovranno documentare anche l’intensità del consumo idrico, il riutilizzo del calore di scarto e la flessibilità nei confronti della rete elettrica.
Un sito a Bratislava e un eventuale progetto integrato con l’impianto di Málinec saranno quindi valutati sulla base di questi parametri, non soltanto dell’entusiasmo politico.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

